PAESI FANTASMA: FARAONE ANTICO E IL MISTERO DI BELLAMORE

 

Per diverse ragione i borghi abbandonati e i paesi fantasma da sempre affascinano l’immaginario collettivo e fanno presa sulla curiosità della gente al punto che oggigiorno tali luoghi diventano vere e proprie mete da visitare.
Noi di Abruzzo Forte e Gentile non siamo immuni da tale interesse verso “ciò che un tempo era” e che si respira in certi luoghi abbandonati- numerosi sono infatti i paesi fantasma che abbiamo visitato e riportato nelle nostre storie.
Così, questa volta ci spostiamo nella provincia di Teramo dove andremo a visitare un antico borgo fortificato e abbandonato intorno agli anni ’60 del secolo scorso: Faraone antico.

Ci troviamo in Val Vibrata, un territorio a cavallo tra Abruzzo e Marche, la nostra destinazione è appunto Faraone antico, una frazione di Sant’Egidio alla Vibrata.
Abbiamo letto diversi articoli e visto foto che parlano di questo borgo, ma ogni individuo ha un suo personale modo di vedere e interpretare il mondo esterno, vale a dire: nessuna foto potrà mai descrivere abbastanza l’energia e le sensazioni che un dato luogo può suscitare al visitatore. Capita spesso infatti di partire pieni di aspettative e tornare delusi, o viceversa partire senza aspettative e tornare felici e soddisfatti del luogo visitato. Ognuno di noi può raccontare a livello analitico l’identità di un luogo, ma l’attenzione per certi dettagli, le sensazioni che si provano, le emozioni che possono scaturire da una visita, quelle sono strettamente personali.

le sensazioni che si provano, le emozioni che possono scaturire da una visita, quelle sono strettamente personali.

Quando siamo partiti per visitare il borgo infatti, ero convinta di trovare delle strutture da “visitare”, purtroppo se la vegetazione, come in una fiaba, ha deciso di far calare un velo di oblio e di silenzio sulle rimanenti strutture, dei particolari inusuali e in parte “strani” hanno catturato la mia attenzione.
Ma andiamo per ordine e facciamo un piccolo salto nel passato fino ad arrivare all’anno 1001, quando i primi documenti citano il castello di Pharaone insieme a Murro, quale donazione di Raterio, figlio di Giuseppe, all’abbazia di Montecassino come bene di sua proprietà nella Contea Ascolana.

Una foto in bianco e nero di Sant’Egidio alla Vibrata (fonte Comune.info)

Le origini di Faraone Vecchio risalgono però al periodo della dominazione longobarda quando i territori dell’epoca erano contesi tra i Ducati di Spoleto e di Benevento. Furono però gli Spoleto ad avere la meglio sulla disputa, e  per poter avere un maggiore controllo strategico della strada della Metella e della consolare Salaria, presero possesso di una piccola altura nella quale scorre il Salinello  che si congiunge al Vibrata dove si insediarono e fortificarono le strutture di Faraone.

Lo stesso nome del borgo deriva infatti dal toponimo longobardo “fara” che significa appunto “accampamento”.
Si ritiene che a seguito dall’insediamento di Faraone andrà poi a nascere il borgo di Sant’Egidio alla Vibrata, sviluppatosi intorno a un convento dedicato all’omonimo santo.
Al termine della dominazione longobarda, il borgo divenne possedimento di diverse nobili famiglie, la più importante fu quella dei Ranalli che governarono il territorio fino al 1950, anno in cui un terribile terremoto di magnitudo 5.3 della scala Richter provocò notevoli danni alle abitazioni.

L’evento sismico avvenne il 5 settembre alle 4 del mattino, e oltre a provocare danni notevoli all’ abitato, favorì l’accentuarsi del movimento franoso che coinvolgeva l’area della zona, rendendo così le case insicure e inagibili.
Fu grazie a don Giovanni Reali, parroco dell’epoca che si ritiene avesse amicizie “ai piani alti”, che Faraone ottenne cifre importanti che le permisero di ricostruire l’intero paese a pochi chilometri dal vecchio borgo. Il trasferimento della popolazione e la costruzione di un nuovo centro abitato richiesero qualche anno, una migrazione che rese lentamente Faraone un borgo fantasma popolato solo dalla natura selvaggia e dal silenzio…

un borgo fantasma popolato solo dalla natura selvaggia e dal silenzio…

Ma arriviamo a oggi, al nostro arrivo al vecchio borgo dove un arco posto all’ingresso della cinta muraria e dove tempo si poteva accedere attraverso il ponte levatoio, si eleva a guardia di un mondo che non c’è più.

Ciò che resta di una torre merlata ci riporta indietro nel tempo tra storie di cavalieri e feudatari, in un’epoca che, a dispetto della lettura romantica riportata nei romanzi, ci mette di fronte ad un mondo in cui la nostra generazione non sarebbe in grado di sopravvivere per un solo giorno.

All’ingresso del varco detto “Porta di Faraone, saltano agli occhi uno stemma gentilizio di Generoso Cornacchia di Civitella del Tronto, e un bassorilievo realizzato dallo scultore Ghino Sassetti, raffigurante una Madonna con Bambino alla quale San Giovannino porge il paese di Faraone, quale protettrice dei suoi abitanti. La costruzione della cinta muraria, visibile solo a tratti, risale probabilmente al 1467, o almeno è ciò che si desume dalla pietra rettangolare che reca l’epigrafe formata da due croci che fiancheggiano la data 1467 e l’iscrizione «Adl 2 d / E Set(em)br(E)».


Una volta superato l’arco troviamo una piccola piazzetta dove si affaccia la chiesa di Santa Maria delle Misericordie. La chiesa ad un’unica navata è stata oggetto di restauro nel corso dei secoli, il più importante probabilmente quello eseguito alla fine del XIX secolo come si evince dall’epigrafe riportata nell’architrave che cita “Hoc templum / ad meliorem formam redactum est / anno 1888”.

Lo stemma gentilizio di Generoso Cornacchia di Civitella del Tronto, e il bassorilievo realizzato dallo scultore Ghino Sassetti, raffigurante una Madonna con Bambino

Ed è proprio da una porticina laterale alla chiesa che la mia attenzione viene catturata.
Si tratta di una porta metallica tinteggiata di rosso su cui sono stati scritti dei versi a prima vista innocui e inneggiante l’amore, se non fosse per l’immagine disegnata a gessetto di una figura che ricorda “vagamente un demone”.
Non è raro che certi luoghi diventino meta di gruppi che si lasciano sedurre dall’adorazione di idoli piuttosto pericolosi, e le scritte sulla porta fanno supporre che con molta probabilità qualcuno qui si lascia prendere da strane fantasie.

Ed è proprio da una porticina laterale alla chiesa che la mia attenzione viene catturata

I versi riportano alcune strofe della canzone Bellamore di Francesco De Gregori un pezzo del 1992, tratto dal concept album il cui tema verte sull’amore: amore romantico e amore per la propria terra, l’Italia-  La copertina del disco in realtà  a dispetto del titolo non è proprio una rappresentazione dell’amore romantico. Le due figure che dovrebbero rappresentare una coppia sono state dipinte in bianco e nero, la mano di lui che cinge lei è nera, una scelta artistica insolita… se pensiamo che il piede destro di lei è colorato di rosso.

La copertina dell’album Canzoni d’Amore. A dire il vero l’immagine non è poi così romantica da far pensare all’amore.

La strofa scritta sulla porta cita
“Bellamore Bellamore
Non te ne andare
Tu che conosci le lacrime
E le sai consolare
Bellamore Bellamore
Non mi lasciare
Tu che non credi ai miracoli
Ma li sai fare
Questo tempo passerà o lo farai passare.

Due cerchi poi a chiusura della strofa mentre più in basso, scritto sempre dalla stessa mano leggiamo un’altra frase di cui però non ne conosciamo l’origine e che riporto così come la leggiamo:
Prendi il tuo mondo in mano
e trattalo
come se fosse la tua vita immane
Bacio dolci labbra cremisi le tue,
Spargi in me il dono di creare
I tuoi occhi indaco
come un cielo artico
m’attraversano l’interiore
capisco che
ora non si percepirà tutto ciò
fin quando nelle viscere non entrerò
con le mie melodie
ora come ora
sono solo fantasie.
Sull’altra anta della porta troviamo invece questa frase:
L’amore più autentico
e curante e quando
tu stesso diventi amante non di qualcuno
sia chiaro
ma del tuo essere
raro.

Ed è così che il disegno a gessetto di quello che appare un demone completa “l’opera”.

Altri segni di vernice rossa lungo il muro di quella che era la chiesa lasciano intravedere un quadro “leggermente inquietante”. Abbiamo a che fare con degli imbrattatori seriali, con dei cuori spezzati e la loro ode depressa all’amore come si evince dal canto di Bellamore, o con individui che giocano a richiamare “forze oscure”?
Difficile dirlo, e lasciamo che il “mistero di Bellamore” resti tale. Mi piacerebbe però pensare che la scritta sulla porta sia in realtà l’ode di un cuore innamorato, ma  l’energia del luogo mi crea disagio .

Andiamo avanti cercando tracce di quello che un tempo era un borgo abitato e dove la vita pulsava attraverso le sue viuzze, le sue case, la sua piazzetta e dove oggi regna solo il silenzio. Le erbacce sono ovunque e chilometri di rampicanti infestanti si dipanano lungo l’antico abitato facendolo apparire come un prigioniero della stessa natura selvaggia. E’ praticamente impossibile entrare nelle case o di quel che di esse resta, e non solo per la barriera di piante ma per il pericolo evidente di crolli.
Restiamo per un po’ a guardare prima di riprendere il cammino per una nuova tappa. Ci sono luoghi che sembrano parlare e che vorrebbero raccontare storie…ecco Faraona è uno di quei luoghi che è in attesa di essere ascoltato.

Rossella Tirimacco

 

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