LA TAVOLA DEI BRIGANTI

brigantaggio

La Majella, la nostra amata montagna madre era, non molto tempo fa, terra di briganti. Conoscevano ogni angolo e ogni segreto della montagna e si nascondevano nei boschi e nelle grotte più inaccessibili. A farsi brigante erano per lo più uomini stanchi di dover vivere nella miseria più nera, braccianti, contadini, disoccupati, ex soldati dell’esercito borbonico, giovani sfuggiti alla leva . Dopo il 1860, le bande, appoggiate dalla Chiesa e dai Borboni, si armarono contro lo stato unitario e il re Vittorio Emanuele II. A farsi brigante erano per lo più uomini stanchi di dover vivere nella miseria più nera, braccianti, contadini, disoccupati, ex soldati dell’esercito borbonico, giovani sfuggiti alla leva . Dopo il 1860, le bande, appoggiate dalla Chiesa e dai Borboni, si armarono contro lo stato unitario e il re Vittorio Emanuele II. Per affrontare l’emergenza del brigantaggio fu necessario l’intervento dell’esercito piemontese; per i militari, però, la montagna era un campo di battaglia sconosciuto e tav-brigdifficile. Le bande dei briganti (anche di 100 uomini) dopo aver saccheggiato i paesi giù a valle, scappavano via disperdendosi in piccoli gruppi, imprendibili sul terreno di montagna. Il Blockhaus, di cui restano i ruderi, era un avamposto fortificato in pietra a 2140 metri di quota, costruito nel 1866 dall’esercito sabaudo per contrastare il brigantaggio proprio nel cuore del suo territorio. Poco lontano briganti e pastori hanno inciso i loro nomi e la loro storia su lastroni di roccia chiara e compatta, lasciando il ricordo della loro presenza. Queste rocce sono oggi note come la “Tavola dei briganti”. Una delle incisioni più belle recita: “LEGGETE LA MIA MEMORIA PER I CARI LETTORI NEL 1820 NACQUE VITTORIO EMANUELE II RE D’ITALIA, PRIMO IL 60 ERA IL REGNO DEI FIORI, ORA È IL REGNO DELLA MISERIA”. Le bande attive sulla Majella dal 1861 al 1867 erano una decina e ognuna aveva il suo capo. Alcuni di loro, i più temuti e ricercati, erano all’epoca molto noti e sulla loro testa pendevano taglie elevatissime. C’erano Croce Di Tola, detto Crocitto, i fratelli Colafella di Sant’Eufemia, Pasquale Mancini di Pacentro, detto Mercante, Domenico Valerio di Atessa, detto Cannone, Luca Pastore di Caramanico, Salvatore Scenna di Orsogna, Domenico Di Sciascio di Guardiagrele, Nicola Marino di Roccamorice e il famoso Fabiano Marcucci di Campo Di Giove, detto Primiano. tavola-2Tutte le bande passarono alla storia con il nome unico di Banda della Majella. E dove oggi regnano il silenzio e la pace, dove tranquilli passeggiamo per sentieri e boschi, un tempo si consumavano scontri sanguinosi e risuonavano le scoppiettate dei fucili e le grida di briganti e soldati. Le bande si muovevano veloci, spostandosi di montagna in montagna, dal chietino all’aquilano, superando anche grandi distanze. Come tutti i montanari, i briganti avevano buone gambe; ogni giorno spostavano il quartier generale, portando avanti la formula vincente della guerriglia. Molti dei briganti più irriducibili furono infine catturati solo grazie al tradimento o alle confessioni forzate dei propri compagni. La repressione fu feroce; in pochi anni le bande furono annientate e l’ordine ristabilito. I capibanda vennero tutti arrestati, fucilati nella piazza del paese o incarcerati a vita. Le gesta di alcuni di loro, però, divennero oggetto di molte leggende popolari, perchè i briganti erano odiati, ma anche in un certo modo amati, temuti e silenziosamente ammirati per il loro coraggio di ribellarsi alle ingiustizie e ai torti della società.

I lupi del Gran Sasso

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