QUANDO LA GROTTA DEL CAVALLONE DIVENNE LA “PRIGIONE” DELLE FATE

 

Incontrare una fata è facile. Il difficile è riconoscerla… le fate sono strane, impalpabili, sorprendenti. Appaiono e scompaiono nel trambusto delle nostre vite. A volte ci prendono per mano e ci accompagnano per un tratto di strada. Chi dice che non esistono non ha saputo vederle e ascoltarle.

 

Anita Palmara

L’Abruzzo è una terra “magica”, ricca di miti, leggende e antiche storie, molte delle quali a metà tra il genere fantasy e il noir. Ovunque si volti lo sguardo c’è sempre una leggenda a portata di mano e noi, una alla volta desideriamo conoscerle tutte…
Una grotta è per sua natura un luogo a cui diamo diverse letture, essa può rappresentare la vita e la morte. Possiamo associarla al grembo materno, non a caso le grotte sono stati luoghi di culto di divinità femminili. Ma possiamo associarla anche all’Ade e al suo mondo sotterraneo. Possiamo vedere in una grotta un riparo; così come questa può rappresentare per noi, un luogo che incute timore, in quanto si tende ad associarla con l’ignoto, con il buio, con la mancanza di luce, con l’habitat di creature mostruose.

Non a caso infatti, le grotte e caverne sono sempre state utilizzate come “location” di fiabe, racconti popolari e mitologici.
Le storie di fate qui in Abruzzo, non sono mai mancate. Queste creature straordinarie “dimorano” un po’ ovunque, le possiamo trovare in antichi borghi e in castelli dimenticati, le troviamo nei boschi e nei fiumi… ma le troviamo anche all’interno di grotte “magiche”, come ad esempio nella Grotta del Cavallone.

L’ingresso della Grotta del Cavallone

Si narra che nel territorio di Taranta Peligna, sembra che alcune fate abruzzesi, abitassero all’interno della Grotta della Figlia di Iorio (così chiamata successivamente da Gabriele D’Annunzio). Esse volavano tutti i giorni sui paesi che sorgevano nel territorio della Majella, dispensando doni e a volte anche dispetti. Guardavano con occhi amorevoli le vite degli esseri umani, guidando spesso le loro azioni attraverso sogni premonitori o fortunose scoperte di preziosi.

Accadde però che un giorno, i continui interventi delle fate nella vita degli uomini, irritarono le divinità che regolavano il destino degli stessi. Così, queste, decisero malvagiamente di punirle, chiudendo con una frana, l’ingresso della grotta dove le magiche creature dimoravano con una frana. Secondo la leggenda, solo alcune di loro riuscirono a salvarsi. Ancora oggi, chi entra nella Grotta del Cavallone, può udire il lamento delle fate rinchiuse nell’antro che lentamente si trasforma in un melodioso e struggente canto.

 

Una variante della leggenda, narra che le fate che abitavano in una fenditura della Majella, avrebbero fatto irritare san Martino (patrono del paese di Fara) con continui dispetti. Il santo per far cessare le loro incursioni in paese, chiuse l’ingresso della grotta con dei massi che si staccarono improvvisamente dalla montagna.

Rossella Tirimacco

Bibliografia

Nicoletta, Camilla Travaglini “Dee, Fate, Streghe dall’Abruzzo intorno al mondo

Simbologia della grotta

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