LA STORIA DELL’OROLOGIO DELLA TORRE DI FONTECCHIO

La torre dell’orologio

di Antonella Marinelli

Questi giorni trascorsi a correre dietro lancette di orologi che neanche ticchettano più come una volta facendoci perdere totalmente la cognizione del tempo che passa, ma una volta come si contavano le ore? Di certo non come lo facciamo noi.
C’era una volta l’ora italica, segnata da un quadrante che conteneva 6 numeri romani e una lancetta. La giornata era suddivisa in 4 quarti e, l’ora zero, la ventiquattresima ora coincideva con il tramonto del sole. Ebbene sì, la giornata iniziava dopo il tramonto, alle sei la sera (in estate, alle cinque in inverno), la notte apparteneva interamente al giorno successivo. Questo perché le giornate erano più lente, tutti i lavori e il vissuto delle persone seguivano il ritmo delle stagioni e del giorno e della notte.
Questo curioso modi di contare le ore fa sì che la stessa ora ne segnasse 4 compatibilmente con il periodo della giornata che si viveva, quindi il numero 6 segnava mezzogiorno, mezzanotte, sei di mattina, sei di sera, ma questo solamente se vogliamo dargli un significato moderno perché per i nostri bisnonni aveva poco senso dire sono le otto oppure è mezzanotte.

Particolare del quadrante

C’era “il tocco” che coincideva con l’ora di pranzo cioè l’una di giorno; “l’ora prima” segnava il sorgere del sole, le attuali sei del mattino; le nove del mattino erano dette “ora terza”; le tre del pomeriggio “ora nona” e così via fino a tornare ai “vespri” delle sei la sera al tramonto. Quest’ultima campana era quella a cui si faceva più attenzione perché avvisava la chiusura delle porte del paese e chi lavorava in campagna doveva apprestarsi a rientrare.
Ci sono ancora dei detti che ci portiamo dietro tramandati dai nostri antenati come per esempio “portare il cappello alle ventitré” stando a significare un cappello con la visiera leggermente inclinata per ripararsi dai raggi del sole che stava per tramontare, alla ventitreesima ora appunto, le cinque del pomeriggio. Oppure “ti sei fatto come tre ore di notte” stando a significare una persona sporca come la notte fonda, mezzanotte diremmo oggi.


Tutto questo complicatissimo (per noi) computo di ore continuò fino alla fine del 1600 inizio 1700 quando entrò in funzione l’ora “francese” istituita da Napoleone. Molti orologi furono sostituiti e quelli a sei ore divennero delle rarità. Pochissimi sono ancora funzionanti e, tra questi, in Abruzzo spicca quello di Fontecchio, in provincia de L’Aquila, posto sulla torre alla porta di ingresso del paese-castello.

Curiosità, per chi volesse approfondire l’argomento, lo studio del calcolo delle ore è detto “gnomonica” da “gnomone” verbo greco che vuol dire indicatore: il bastone piantato a terra per misurare la proiezione dell’ombra e stabilire il movimento del sole. Se poi vi incuriosisce vedere l’ingranaggio dal vero e capirne il funzionamento, la torre di Fontecchio è aperta sabato e domenica in tutte le stagioni.

Antonella Marinelli

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2 commenti su “LA STORIA DELL’OROLOGIO DELLA TORRE DI FONTECCHIO

  1. Carino l’articolo. ma da subito ho pensato alle meridiane e al senso filosofico del tempo . In cui davvero non erano importanti i minuti ne le ore precise. Ma si guardava il cielo e forse tutti sapevano i punti cardinali e l ‘evolversi delle stagioni .Oggi dicono sia il primo giorno d’autunno ma qui fa caldissimo in modo quasi angosciante. Comunque lo gnomone e proprio il bastone che produce l’ombra nelle meridiane . Ma la bellezza straordinaria dell’ orologio di Fontecchio e il suo meccanismo meccanico interno che funziona con grande precisione sulla caduta dei gravi . Comunque brava anto e continua la storia romantica dell’ orologio della torre, noi aspettiamo il seguito .

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