LA CATTEDRALE DI SAN PANFILO A SULMONA

 

Il primo monumento che si presenta a chi entra in Sulmona, venendo dalla stazione centrale, è la Basilica di San Panfilo con le sue imponenti absidi semicircolari.
Secondo gli storici locali, fu costruita sulle rovine di un tempio dedicato ad Apollo ed a Vesta; in origine venne dedicata alla Vergine ed al principio del secolo VIII, dopo la morte del vescovo Panfilo, che vi fu seppellito, prese nome da lui.
Nel 1076 l’edificio era ridotto in pessime condizioni, ed il Vescovo Trasmondo, che attendeva alla rinnovazione della Cattedrale di Corfinio, cominciò a ricostruire, come si apprende dal Chonicon Casauriense, anche quella di S. Panfilo. Una conferma di quanto si legge in detto Chronicon ci è venuta da un fortuito rinvenimento di frammenti decorativi durante i lavori di restauro della basilica eseguiti dopo il terremoto del 1933.

 

Absidi della cattedrale

Demolendosi un muro della sacrestia, anti tuo all’abside della nave in cornu epistolae, fu recuperata, intatta, una forcella con un archetto semicircolare, decorato, nell’estradosso, con un motivo a denti di ruota, sovrapposto ad altro a fuseruole e, nel campo circoscritto dall’arco, un rosoncino: formella in tutto identica a quelle che compongono il coronamento delle absidi della Chiesa di S. Pelino in Corfinio. Questa formella e frammenti di cornici, simili a quelle che si vedono nell’ambiente di S. Pelino, costituiscono la riprova della contemporaneità delle due costruzioni e dell’impiego, in esse, delle stesse maestranze, educate alla scuola di San Liberatore a Maiella.
L’opera fu portata a compimento nel 1119 dal Vescovo Gualtiero.
Della primitiva chiesa di Santa Maria, cui sopra si è accennato, non dovette rimaner nulla, perche’ la Cattedrale, così come oggi si presenta, appare chiaramente ispirata ad unico e ben definito concetto architettonico, cioè al tipo basilicale con cripta presbiterale, adottato per le chiese romaniche.

 

Interno della cattedrale

Le tre absidi, corrispondenti alle tre navate sono partite orizzontalmente in due zone da una cornice ad archetti poggiati su beccatelli, i quali hanno forme svariatissime e vi sono scolpiti, con tecniche diverse, che rivelano la molteplicità dei rifacimenti e dei rimaneggiamenti subiti dal monumento nel corso dei secoli e dei tagliapietre che vi lavorarono, Ricci, foglie di vite di cardo, rosoncino ed ornati barbarico, ecc. Una di queste mensolette mostra una targa santifica che porta una fascia ondulata e, nel campo superiore, in bel carattere teutonico, le sigle dello stemma cittadino: S.M.P.E., nelle quali i Canonici si compiacquero leggere: Spes – o Salus – Mea Pamphilus Est, oppure Sulmonis Munimen Pamphilus Est.

 

Il portale

La facciata appartiene a due distinti periodi di lavorazione. La parte più antica è quella nella quale si apre il portale e fu eseguita dall’architetto sulmonese Nicola Salvitti.
Il portale, di schema gotico, con accentuato slancio ascensionale, è una genialissima creazione del Sulmonese, tanto armonico è il sito organismo architettonico. Alquanto esuberante, forse, è la decorazione dei capitelli, ma non nuoce alla nobile austerità dell’insieme.
Le due colonne frontali, alla base ciascuna delle quali è appoggiato un leone che afferra con le zampe un Caprio, sostengono due edicole, entro le quali sono due piccole statue: di San Pelino, a sinistra di chi guarda, di San Panfilo, a destra.

 

San Panfilo e San Pelino

Nella lunetta è un affresco rappresentante la Deposizione.
La campata superiore del fronte, separata da quella inferiore mediante una cornice a foglie di cardo e di a canto, fu ricostruita dopo il terremoto del 1706.
Verso la fine del 1400 il canonico Paolo De Bariscelli lasciò parte dei suoi beni alla Cattedrale di San Panfilo, a condizione che i Canonici avessero fatto costruire a fianco della Chiesa un edificio ad uso di cimitero. Il nuovo edificio fu terminato nel 1501, come si legge in una iscrizione incastrata nella cortina, a sinistra di chi guarda il portalino cinquecentesco. Al di sopra di questa parte del fabbricato fu costruito l’attuale campanile a vela nel 1751; quello antico andò distrutto col terremoto del 1706.

 

Il sarcofago del Vescovo Bartolomeo De Petrinis.

 

Nel fianco occidentale della Chiesa è il portale laterale che appartiene alla costruzione primitiva, ciò che si desume dai caratteri Longobardi della iscrizione incisa nell’architrave. Nella lunetta si vedono tracce di un affresco che doveva essere molto pregevole, a giudicare da quel poco che ne rimane. Da questo portale si entrava nel cortile dell’antico Palazzo vescovile, contiguo alla Chiesa, abbattuto dal terremoto. A sinistra del Palazzo era la Porta S. Panfilo demolita nella prima metà dell’Ottocento. Antistante alla Chiesa e all’episcopio era un terreno incolto, poi trasformato negli odierni giardini pubblici, che limitano, verso mezzogiorno, il Piazzale Carlo Tresca.
L’interno della Basilica non ha più nulla di antico, ad eccezione della duplice fila di colonne, con capitelli ornati di foglie frappate. Tutto è appesantito da decorazioni barocche; la calce, lo stucco, le indorature imparano spavaldamente. Un recente restauro, poi, condotto senza alcun rispetto dell’austerità del tempio,ha cancellato, con il luccichio di marmi profusi sui pavimenti delle navate, del presbiterio, del coro e delle cappelle del trasmetto, quel tanto che era stato rispettato nei precedenti restauri; perfino le colonne hanno subito l’offesa di raschiatura e lavaggio con acqua di calce.

 

L’organo a canne

Le volte della navata centrale e delle dura campate laterali del presbiterio furono decorate a tempera nel 1906 dal pittore Amedeo Tedeschi, allievo di Teofilo Patini.
A sinistra entrando nel tempio è il sarcofago del Vescovo Bartolomeo De Petrinis, sulmonese, teologo e leghista, morto nel 1419.
Buone sculture sono nel fronte del sarcofago, diviso in tre formelle; in quella centrale è la Pietà, nelle altre due la scena dell’Annunciazione, cioè l’Angelo a sinistra e la Vergine a destra. Al di sopra del sarcofago, nel 1929, fu scoperto un affresco della fine del secolo XIV, rappresentante Gesù Crocifisso con Maria e Giovanni ai lati. Nel 1960 fu guasto da uno sciagurato restauro.

 

La cripta

L’altro sarcofago, a destra di chi entra, fu eretto per la sorella del Vescovo De Petrinis. L’opera è povera: la figura giacenti sul coperchio e le sculture del fronte sono timide, rozze, fredde.
Dietro l’altare maggiore è il coro in legno, lavorato da Ferdinando Mosca di pescocostanzo nel 1751, opera d’arte squisita per l’equilibrio della composizione e per la finezza dei particolari.
Dalla campata destra del presbiterio si accede alla Cappella di Santa Teresa, dove si ammira una statua in legno della Santa, scolpita da Giacomo Colombo. Sulla base è la data 1605, ma è errata, perché il Colombo operava al principio del secolo XVIII (Filangieri: “Indice degli artefici, ecc.”, Napoli, 1891).
La cripta, alla quale si scende per tre gradinate, è la parte più antica della Basilica. In essa deve avviarsi l’opera del Vescovo Trasmondo.
Ha tre ordini di colonne poste a distanze diseguali. Nel 1807, per un volgare gusto di ammodernamento, le colonne furono rivestite di scagliola, i capitelli e gli archi nascosti sotto pesanti ornati a stucco. Per far aderire alla pietra la goffissima veste, i capitelli furono vandalicamente piccanti e mutilati. Liberati dall’involucro banale nel 1910, ad iniziativa del Prof. Pietro Piccirilli, pur così sfregiata, tornarono a dire, nelle semplici e rozze sculture, la parola ingenua del tagliapietre locale.

 

Sedia episcopale

Nel fondo dell’abside è la sedia episcopale che di originale conserva solo i fianchi, sui quali sono rilievi ornamentali caratteristici della scultura decorativa abruzzese del periodo romanico.
Nella seconda metà del secolo XVII fu soppressa parte dell’intercolunnio per costruire la cappella marmorea in cui sono conservate le spoglie del Santo Patrono. A destra di chi guarda questa cappella è un pregevole alto rilievo di arte bizantina, del secolo XI, rappresentante la Vergine in trono col putti seduto sulle ginocchia. A sinistra era un Crocefisso con lunga cappellatura di stoppa, Corona di spine e perizoma posticci. Sembrò Al Mariani un prototipo di arte tedesca in ritardo, del secolo XIV (V. Mariani: sculture lignee in Abruzzo, Ist. Naz. LUCE, 1930). Restaurato e spogliato delle sconciature e cincischiature che l’ingenuità dei fedeli vi aveva apportato, si è rivelato un esempio tipico di scultura spagnola della fine del sec. XIII. Trasportato da poco nella chiesa superiore, è stato collocato tra cornici e sotto volute barocche.
Nella cappella marmorea di cui si è parlato è conservato un prezioso lavoro di oreficeria sulmonese: il busto di San Panfilo, in rame dorato e argento, eseguito tra il 1458 ed il 1459 da Giovanni di Marino Di Cicco sulmonese. Il Santo è vestito di una casi la damascata, sapientemente modellata e decorata con smalti folgoranti di colori molto brillanti e rosocini in rilievo. E’ uno dei monumenti più ragguardevoli della scuola sulmonese di oreficeria. Nel 1704 furono trafugate la testa e le mani del Santo, che vennero poi sostituite dall’orafo romano Francesco Morelli.

 

Il busto di San Panfilo conservato nella cappella marmorea

Altri oggetti della stessa scuola fanno parte del tesoro della Cattedrale, ora esposti in una vetrina del Museo annesso alla Chiesa, fra i quali è un calice con relativa paterna firmato da Ciccarelli di Francesco, valentissimo orefice e smaltita sulmonese, vissuto tra il 1334 e il 1400. Nel pipe di questo calice, entro Rondoni di sei segmenti circolari, sono figure di Santi in smalto champleve’. La coppa è incastrata in una sottocoppa di sei nicchiette trilobate nelle quali sono incise mezze figure di angioli, disegnate con singolare maestria e con finissimo gusto decorativo. (Di questo Calice Gabriele D’Annunzio ne Le faville del maglio fece la seguente poetica descrizione: “A Sulmona, nella cattedrale di S. Panfilo, davanti a un dono sconosciuto d’Innocenzo VII, ci pareva d’apprendere una modulazione sconosciuta, e quasi una maniera incognita di fiorire, guardando l’oro del calice sorgere dall’argento della corolla come non mai metallo Flavi sorse da metallo bianco primaverilmente effettuato d’Angeli musici”).
Fa pare del tesoro anche un mirabile pastorale che reca nel vano della spira un gruppo della Annunciazione, perfettamente modellato.

 

Pubblicato da Antonio La Civita

(da “Sulmona – guida storico-artistica” di Guido Piccirilli, Moneta editore – Milano)

Precedente COCULLO E LA FESTA DEI SERPARI Successivo ''AMARA TERRA MIA'': IL CANTO ABRUZZESE "PRESO IN PRESTITO" E FATTO PROPRIO