I FANTOCCI BRUCIATI: RITI MAGICI O MEMORIE DI ANTICHI SACRIFICI?

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La tradizione di bruciare o di annegare nell’acqua un fantoccio di forma umana o animale sul finire dell’inverno, secondo alcuni ha radici profonde e remote che ci riportano alla preistoria dell’uomo. Secondo gli studiosi, questa cerimonia doveva essere un rituale magico per scacciare la cattiva stagione e invocare l’arrivo della primavera con i suoi frutti, ma anche un rito di propiziazione. Altri autori lo considerano un rito di fertilità e di fecondità, praticato dalle popolazioni già nel Paleolitico e nel Neolitico, che offrivano alle divinità della natura dei veri sacrifici,anche umani, sostituiti in seguito da fantocci. Successivamente questo rituale si è spostato anche in altre periodi dell’anno (inizio anno, carnevale, estate, autunno). Il fantoccio acceso, secondo alcuni, rappresenta la miseria della stagione passata, la fame, le disgrazie, le malattie, le ingiustizie subite, il rifiuto di un passato negativo, l’augurio di un futuro promettente per la campagna e per la vita. Molto probabilmente la “pupa”, i giganti, i pupazzi zoomorfi costituivano un elemento di primaria importanza nel quadro delle feste di inizio di un ciclo stagionale (primaverile o invernale). La sua apparizione, in un rigoglio di movimento e di allegria che bene s’intona a tutto il risorgere o morire della natura, poteva ben propiziare, per magia simpatica, il felice andamento dei prodotti della terra e delle sorti della comunità. Alcuni studiosi vogliono vedere in queste pupe o fantocci vari accesi e nei giganti, le reminiscenze di vecchie usanze con orrendi e crudeli rituali sacrificali umani che i popoli antichi facevano in varie occasioni festive, come ad esempio i Galli nella festa Beltaine (oBeltane) il primo giorno di maggio. Qualche studioso ha voluto invece vedere in questi fantocci, un possibile mutamento dei sacrifici umani che, perché troppo cruenti, venivano scoraggiati per realizzare sacrifici con animali e in alcuni casi con primizie del lavoro o con altri oggetti. I sacrifici umani con i fantocci sono documentati in vari autori antichi. Giulio Cesare afferma: “Hanno dei grandi fantocci dalle pareti di vimini, che riempiono di uomini viventi; vi appiccano il fuoco, e gli uomini vi muoiono, avvolti dalle fiamme ” (De BelloGallico, VI, 16). Marco Anneo Lucano dice la stessa cosa al proposito: “Viene bruciato un certo numero di uomini in una gabbia di legno”.  Strabone afferma che i Galli “…fabbricavano un colosso con del legno e del fieno, vi chiudevano degli animali selvaggi e domestici come pure degli uomini, e bruciavano il tutto. Fin dall’antichità sono attestati rituali attuati con fantocci al fine di portare benefici o malefici alle persone che ne vengono fatte oggetto. Quasi sempre con l’accensione e/o l’uso di fantocci si associa l’uso di consumare bevande e cibi in comunità, di ballare e cantare. L’atto di bruciare il pupazzo, ovvero il simbolo, per diversi autori significa eliminare il vecchio e al contempo “fertilizzare”, per permettere dal vecchio la nascita del nuovo. Tradizionalmente questo evento di festa si svolgeva in contemporanea con l’incendio della stoppia nei campi a fine raccolto per dare cenere al terreno, renderlo fecondo e liberarlo dai semi infestanti e da insetti o piccoli animali nocivi. Oggi invece la ‘pupazza’ viene bruciata piu che altro per il piacere dei turisti, per concludere in allegria un ciclo di feste patronali, per salutare gli emigranti che a vacanze finite tornano all’estero portando negli occhi i bagliori di questi ultimi fuochi del paese d’origine. Nell’Italia centrale essa assume varie denominazioni: pupa di cartapesta, nei paesi della provincia di Pescara e di Chieti; pupa, pucca, pupazza o pucchella nell’Abruzzo Aquilano; pupazza, pantasema (o pantasima) nell’Abruzzo reatino; pantasima di canne e carta, nella Valle del Turano, nell’area umbra della provincia di Rieti; pupazza o pantasima o pucciacchera nella Sabina reatina e marmotta nel versante romano dei Monti Simbruini. Purtroppo molti anziani, preziosi custodi di queste tradizioni, nonché delle originarie modalità di realizzazione della Pupa, sono scomparsi; altri ancora sono emigrati. Perciò, se in passato esistevano varie tecniche costruttive e di rappresentazione, non essendo state tramandate a sufficienza, per l’una e per l’altra ragione, oggi queste tendono a scomparire, mantenendo però una certa uniformità di costruzione. La fabbricazione della ‘pupazza’ è un vero e proprio rituale: anticamente costruita su un telaio di canne e materiali poveri, attualmente viene comunemente realizzata con materiale ignifugo o alluminio che non si scompone con il calore e sul quale reca un “Castello” di petardi e giochi pirici. I realizzatori sono professionisti, in genere il fuochista della ditta di fuochi d’artificio contattata per la manifestazione, che considera il fantoccio parte integrante del servizio pirotecnico che gli viene commissionato, oppure artigiani o “artisti” locali, o più semplicemente dai ragazzi del posto, spesso in concorrenza tra loro, ed è tenuta nascosta, fino al momento della sfilata in piazza e del ballo.

Il Majo è una festa agreste, propiziatoria e di rinnovamento. Il giorno del 1° Maggio si festeggia la rigenerazione della natura e della vita animale e il ristabilirsi degli equilibri naturali.

                                                   La festa del Majo a Chieti

Oggi si reinventano accensioni di falò per rivivere momenti dei paesi di origine, come a Chieti con l’accensione del Majo. L’associazione Camminando insieme e il C.A.T.A. (Centro Antropologico Territoriale degli Abruzzi) hanno proposto di riattualizzare alcuni rituali sacri che hanno sempre scandito l’organizzazione della vita agro-pastorale con la festa del Majo, nel quartiere di Madonna del Freddo a Chieti, entro la cornice di un bel parco posto tra gli enormi caseggiati limitrofi alla scuola. La festa del Majo inizia con una parata capeggiata dal fantoccio del Majo, in seguito, in uno spiazzo attori cultuali, vestiti con abiti e gioielli tipicamente abruzzesi, inscenano dapprima il canto propiziatorio dei dodici mesi, incentrato sulla pantomima in cerchio del succedersi dei mesi impersonificati, seguito dalla danza del laccio d’amore. Questa danza propiziatoria presenta una disposizione circolare dei partecipanti, tesa a creare uno spazio sacro d’azione, attorno ad un palo centrale, simbolo fallico della fecondazione naturale, sormontato da un rigoglioso mazzo di fiori e sorretto da una donna, nonché axis mundi capace di collegare cielo e terra. Attorno alla cima del palo sono legati otto coppie cromatiche di corde, distinte secondo la presenza di quattro colori diversi (bianco, rosso, verde, blu), per un totale di sedici nastri, i quali vengono impugnati singolarmente da una coppia di attori, un uomo ed una donna, così da creare otto duetti che conciliano il genere attraverso il colore.

Attorno alla cima del palo sono legati otto coppie cromatiche di corde, distinte secondo la presenza di quattro colori diversi (bianco, rosso, verde, blu), per un totale di sedici nastri, i quali vengono impugnati singolarmente da una coppia di attori, un uomo ed una donna, così da creare otto duetti che conciliano il genere attraverso il colore.

La danza contempla una struttura di alternanza giocata sul succedersi di due moti simultanei, uno tendente a descrivere una rotazione oraria, l’altro orientato verso una circolarità antioraria. I nastri, che rappresentano nel divenire della dinamica motoria “la vegetazione che risorge”, vengono così abilmente intrecciati nella danza, attraverso l’incrociarsi di attori che passano alternativamente al di sotto e al di sopra dei lacci che vengono portati dagli altri provenienti dal senso contrario. Una volta creato l’intreccio, per una sorta di compensazione simbolica, avviene la faseinversa dello strecciamento. La simbologia del legame unisce l’uomo al destino della rigenerazione attraverso il moto della danza. La celebrazione continua poi con saltarelle e quadriglie. Dopo il pasto con un antico piatto tipico il cerimoniale si conclude infine con il rogo del fantoccio del Majo.

Citazioni e fonti: Cfr. E. Ricci,Festa del majo tra passato e presente.

Mammoccia, San Benedetto dei Marsi di Gabriele Tardio

Elementi caratterizzanti il Palio delle Pupe ”

Foto: Camminando Insieme Onlus http://www.camminando-insieme.it/il-majo,182.html

 

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