BEATRICE CENCI, UN’EROINA “GIUSTIZIATA” DA UNA GIUSTIZIA INGIUSTA

                  Beatrice Cenci

 

Ed eccoci qui in uno dei nostri viaggi alla scoperta delle bellezze d’Abruzzo. Questa volta però usciamo fuori regione e ci spostiamoci nel Lazio in uno dei territori che fino al 1927 facevano parte della provincia dell’Aquila e che furono accorpati alla provincia di Rieti, all’epoca appena nata.
La provincia di Rieti, infatti nasce durante il periodo fascista, e molti territori abruzzesi, finirono per “cambiare regione”, come ad esempio Amatrice.
La località che stiamo per presentarvi è Petrella Salto, un paesino sito nei pressi del lago del Salto, ed è famoso per una rocca ed un castello, dove secoli fa avvennero dei crimini che sarebbero poi passati alla storia.

Il borgo

Oggi il castello non c’è più e non restano che poche tracce del suo antico splendore, ma la storia che è racchiusa tra le sue pietre, continua ad urlare tra le pieghe del tempo, è la storia di Beatrice Cenci.
Beatrice è una nobildonna romana, è la terza dei dodici figli di Francesco Cenci e di Ersilia Santacroce. La madre muore quando la giovane ha appena sette anni. La ragazza venne affidata alle cure delle monache francescane del monastero di Santa Croce a Monterotondo.

Panorama sul lago

La giovane torna in famiglia all’età di 15 anni, nel frattempo suo padre si era risposato con una vedova romana, Lucrezia Pietroni, un matrimonio che farà ben presto pentire la donna di quella sua scelta infelice.
Francesco è infatti un uomo violento, e dissoluto, condannato più volte per “vizi nefandi”. I crimini per i quali il Cenci aveva subito numerose condanne riguardavano infatti, reati come la sodomia e persino un omicidio. colpe per le quali all’epoca si poteva espiare la pena solo con la pena di morte, ma Francesco Cenci è pur sempre un nobile, e quindi se la cavava con ammende col pagamento in denaro. Il suo patrimonio, era stato perciò duramente intaccato dal pagamento delle numerose condanne, al punto che iniziò ad avere problemi con il fisco pontificio.

La piccola cappella all’ingresso del castello

Per tale ragione affittò il castello, di Petrella Salto, un tempo appartenente ai Colonna, al fine di poter sfuggire ai creditori. L’edificio faceva parte del regno di Napoli, e quindi era fuori dalla giurisdizione del Vaticano, un ottimo luogo dove potersi rifugiare in caso di pericolo.
Nello stesso castello, sessant’anni prima si era consumata un altra tragedia che aveva coinvolto la famiglia del conte Mareri. Il conte non aveva rispettato la promessa di dare in dote il castello di Staffoli a Giacomo Facchini, marito della propria figlia.

Beatrice Cenci in prigione. Quadro di Achille Leonardi, secolo XIX

 

Il genero, quindi, con l’aiuto di un servitore riuscì ad entrare nella rocca con duecento uomini armati. Il Facchini strangolò nel letto il conte e la contessa e fece uccidere tutti i suoi ospiti. Dalla strage si salverà solo la figlia Costanza. Fu gettata dalla rocca, ma rimase impigliata con le vesti ad un ferro sporgente. La bambina venne recuperata dagli stessi abitanti di Petrella.

Ruderi

All’interno del castello, recluse sua figlia Beatrice e sua moglie Lucrezia, mentre l’altra figlia Antonina era riuscita a scappare da quel padre violento, grazie all’intercessione del papa. La giovane infatti, aveva inviato missive al pontefice in cui supplicava di trovarle un’adeguata sistemazione, o in convento o con il matrimonio.
Il pontefice a seguito, combinerà il matrimonio tra la giovane e un giovane nobile, ordinando a Francesco Cenci di prepararle una cospicua dote.

Vicoli del paese

Il matrimonio di Antonina, darà un duro colpo alle finanze del conte, ormai rimasto con l’acqua alla gola, e un ipotetico secondo matrimonio, quello della giovane Beatrice, anch’ella in età da marito, avrebbe dato al Cenci il colpo di grazia.
Rinchiuderla nel castello, insieme alla matrigna Lucrezia, lontane da tutto e da tutti, è così la soluzione ideale.
Quella prigionia forzata accrebbe il risentimento della giovane Beatrice e della matrigna Lucrezia vittima anch’ella del Cenci. La giovane Beatrice prova quindi più volte ad inviare richieste di aiuto ai familiari e ai fratelli maggiori. Ma una delle lettere viene intercettata dal conte che a quel punto picchierà selvaggiamente Beatrice per aver osato sfidarlo.

Curiosità nascoste nel paese: una serie di bambole di pezza erano appese ad una porta nascosta dietro una pesante tenda. Chissà…

Nel 1597 Francesco malato di rogna e di gotta si ritira a Petrella, portando con sé i figli minori Bernardo e Paolo. La vita di Beatrice divenne un incubo. Ella veniva puntualmente picchiata e abusata sessualmente dal padre. Stessa sorte subiva Lucrezia.
Le due donne, oramai stanche, iniziarono a pensare all’eliminazione di Francesco.

Un affresco di Beatrice Cenci all’ingresso del paese

Chiesero l’aiuto dei fratelli Giacomo e Berbardo, del castellano Olimpio Calvetti e del maniscalco Marzio. Provarono per due volte ad ucciderlo, ma i tentativi fallirono. Al terzo tentativo stordirono l’uomo con l’oppio, riuscendo così ad assalirlo durante il sonno. Al Cenci furono spezzate le gambe e infine venne ucciso con un colpo al cranio e alla gola. A quel punto i congiurati tentarono di simulare una morte accidentale per caduta. Aprirono un foro nelle assi di legno della balconata e vi fecero cadere il conte. Poiché il foro era di dimensioni ridotte, il corpo del conte rimase incastrato. A quel punto, i congiurati presero il corpo e lo gettarono  fuori dalla balaustra.

I ruderi del castello

Il 9 settembre 1598, il corpo del conte Francesco venne trovato in un orto sottostante al castello.
Venne sepolto in fretta e furia nella chiesta di Santa Maria. I familiari non parteciparono alle esequie e ripartirono per Roma alla volta del palazzo della famiglia Cenci.
All’inizio non vi furono indagini, ma erano troppe le voci che giravano intorno alla morte del conte Francesco.
Così le Autorità iniziarono ad indagare. La prima inchiesta fu voluta dal feudatario di Petrella, la seconda dal Vicerè del Regno di Napoli e lo stesso Pontefice Clemente III volle intervenire nella vicenda.

Curiosità all’interno del paese…

La salma venne riesumata e le feriti vennero esaminate da un medico e da due chirurghi che esclusero la morte per caduta.
Venne interrogata anche una lavandaia a cui Beatrice aveva chiesto di lavare le lenzuola intrise di sangue dicendole che era il suo sangue mestruale. La cosa però non aveva molto convinto la lavandaia. Inoltre l’assenza di sangue sul luogo del ritrovamento del cadavere portarono gli inquirenti a stabilire che il conte era stato ucciso.

Scorci del piccolo paesino

I congiurati vennero scoperti ed imprigionati. Le torture a cui vennero sottoposti li spinsero a confessare.
Beatrice e Lucrezia vennero condannate alla decapitazione, Giacomo alla squartamento mentre a Bernardo venne commutata la pena di morte con quella dei “remi perpetui”.
L’esecuzione di Beatrice, della matrigna Lucrezia e del fratello Giacomo fu eseguita l’11 settembre 1599 nella Piazza di Castel Sant’Angelo. Beatrice aveva solo 22 anni.

 

Rossella Tirimacco